INVERNO NELLA FAGGETA

Monti Simbruini, Marzo 2018 – Dopo le ultime annate fin troppo miti ed avare di precipitazioni finalmente quest’anno l’inverno sui versanti occidentali dell’Appennino è tornato a palesarsi nella maniera ad esso più consona. Le temperature in quota raramente hanno superato lo zero termico di parecchi gradi e le nevicate, iniziate alla fine di Novembre, si sono susseguite nei mesi successivi con cadenza regolare, concludendosi solo alla fine di Marzo accompagnate dalle ultime prepotenti ondate di freddo. Tutto ciò ha garantito una copertura nevosa abbondante ed uniforme anche sui crinali più esposti e gli elementi propri della stagione fredda hanno mantenuto stabilmente il loro posto nel paesaggio di montagna, plasmandolo, a volte dolcemente altre furiosamente, sotto infinite sfumature di bianco. In questo contesto ho potuto concentrare la mia attività fotografica per l’intera stagione nella rappresentazione delle faggete d’alta quota e dei vari aspetti paesaggistici che queste assumono durante il lungo e freddo l’inverno.
Il faggio (Fagus sylvatica L.) predilige un clima di tipo oceanico temperato ed ha trovato nell’Appennino l’ambiente ideale per un rigoglioso sviluppo; sulle montagne dell’Italia centrale tale essenza popola oggi in maniera quasi esclusiva la totalità dei boschi oltre i 1000 metri di quota e sui Monti Simbruini in particolare si sviluppano alcune tra le più estese e fitte faggete contigue d’Europa. Per il mio modo di interpretare la fotografia di natura, così profondamente legata a queste montagne, essermi dedicato a ritrarre accuratamente questo ambiente non è che la naturale conseguenza di una lunga attività di esplorazione e di una conseguente dettagliata conoscenza del territorio, nelle sue più significative espressioni. Dopo anni di assidua frequentazione ritengo infatti che se si vuole raccontare il paesaggio dei Simbruini difficilmente si può prescindere dal farlo fotografando le grandiose foreste di faggio che questi ospitano.
Nella mutabile e sempre commovente bellezza che questi boschi assumono nel corso dell’anno e delle stagioni, le austere ed incantate ambientazioni tipiche di questo periodo dell’anno hanno probabilmente fornito lo sfondo ideale a questo lungo ed impegnativo progetto. Trovo infatti particolarmente stimolante e proficuo dal punto di vista fotografico frequentare la montagna ed i boschi in veste invernale; diversamente da quanto si possa essere portati a credere, nell’estrema semplicità delle forme e nel monocromatismo di un ambiente innevato si cela un’inesauribile e sempre rinnovata fonte di ispirazione. Nonostante la vastità dei boschi a disposizione, ho voluto concentrare la mia attenzione solo su alcune specifiche aree, tutte comprese tra i 1600 ed i 1800 metri di quota, ritenute a mio avviso particolarmente favorevoli al manifestarsi delle situazioni climatiche e delle atmosfere ideali per ritrarre al meglio  la stagione fredda. E’ stato un percorso iniziato con l’arrivo delle prime perturbazioni invernali e proseguito fin quasi all’arrivo della primavera, un lungo viaggio attraverso interminabili sequenze di fitti e slanciati tronchi interrotte di tanto in tanto da piccole ed amene radure ai margini delle quali sopravvivono alberi isolati dalle forme tanto contorte quanto bizzarre.
L’intero progetto fotografico si sviluppa proprio intorno a questa continua contrapposizione di forme e paesaggi, tutti ospitati all’interno del medesimo habitat, il quale dal di fuori potrebbe superficialmente apparire scontato e sempre uguale a se stesso ma che in realtà, se esplorato con attenzione fin nei suoi più reconditi meandri, si rivela estremamente eterogeneo ed interessante, nonché pregno di scorci dalla superba bellezza. Un ambiente inoltre sorprendentemente vivo nonostante l’assordante silenzio nel quale giace, sepolto sotto la spessa coltre di neve, come dimostrato dalle tante tracce lasciate da lepri, volpi, cinghiali, cervi, caprioli e lupi che sovente hanno preceduto i miei passi nella faggeta e che mi hanno rammentato di volta in volta la quotidiana lotta per la sopravvivenza di queste specie, costrette a convivere con i rigori di un ambiente assoggettato alle forze dell’inverno. Stretta nella morsa del gelo, tra le incerte atmosfere offuscate dai vapori sollevati dal vento, sotto il peso degli accumuli di neve e galaverna, la faggeta assume un aspetto magico, volubile ed effimero, a tratti quasi astratto e surreale. Coperto dall’abbacinante candore della neve ed avvolto dalle fitte nebbie il bosco si semplifica in maniera estrema, i pochi elementi che restano visibili appaiono stilizzati, quasi del tutto privi di colore e di una precisa collocazione nello spazio; tutto si riduce ad accenni sbiaditi di tronchi e rami in un grande vuoto bianco dalla struggente magnificenza.
Spesso il confine tra terra e cielo si annulla tra disorientanti turbini di foschia e tutto pare far parte di un grande sconfinato miraggio, altre volte il freddo ricama sugli scheletrici rami dei faggi merletti di ghiaccio e galaverna, trasformando ogni singolo albero in un’effimera opera d’arte dalla commovente raffinatezza. Trovarsi ad osservare in solitudine queste foreste, nella loro disarmante estensione, mentre vengono imbiancate delicatamente da una miriade di fiocchi di neve suscita emozioni uniche, difficilmente trascrivibili, narrabili pienamente forse solo attraverso la fotografia.
Per riuscire a rappresentare l’incanto delle atmosfere invernali è stato necessario convivere con condizioni ambientali e meteorologiche tutt’altro che favorevoli. Ho rinunciato sin da subito a fotografare in giornate di sole e cielo terso facendo invece del maltempo un elemento imprescindibile delle mie immagini. Questa scelta mi ha portato a lavorare sovente in condizioni proibitive, ma comunque con risultati di grande soddisfazione: la scenograficità delle situazioni immortalate si è infatti sempre rivelata direttamente proporzionale all’inclemenza degli elementi. Mi sono ritrovato a vagare con le ciaspole ai piedi per km sulla neve fresca e cedevole sino alle ginocchia avvolto nella disorientante nebbia, ho fotografato sferzato dal blizzard e nel gelo attanagliante dei giorni più freddi dell’anno, spesso sono tornato a casa completamente bagnato dopo aver passato ore sotto copiose nevicate, situazioni nelle quali nemmeno l’attrezzatura e l’abbigliamento tecnico hanno potuto reggere. A volte ho avuto le mani talmente intirizzite dal freddo da non riuscire nemmeno a premere il pulsante di scatto della macchina fotografica, in altre occasioni le basse temperature si sono accanite contro le mie attrezzature, congelando le ghiere degli obiettivi e le leve di sblocco del treppiedi bagnati dall’umidità e dalla neve.
Ad ogni particolare situazione ho voluto associare inquadrature e tecniche fotografiche differenti, ovvero quelle che più di altre in quel momento ho ritenuto potessero catturare a pieno l’essenza del bosco in inverno secondo la mia visione. Ho trovato ad esempio nell’utilizzo delle doppie esposizioni in camera e del mosso creativo un efficace modo per ritrarre e raccontare il grande senso di ignoto e di incertezza che spesse volte ho provato muovendomi tra i faggi confusi nella nebbia, oppure sovra-esposizioni volute hanno reso al meglio un’ambiente soggiogato dal bianco abbacinante della neve. Alla fine, con pazienza ed ostinazione, sono riuscito a catturare immagini che narrano degli elementi, dalla neve che scende lieve sul bosco al vento che soffia tagliente ed impetuoso, dalla nebbia che rende etereo ed incerto il paesaggio al freddo che ricama sculture di ghiaccio sulle chiome spoglie degli alberi.
Immagini che raccontano dell’essenza più pura ed autentica che l’inverno infonde su questo paesaggio e che racchiuse in questo volume rappresentano la sintesi e la sublimazione di un impegnativo lavoro di pianificazione, esplorazione e personale interpretazione fotografica di un ambiente di assoluto valore naturalistico e paesaggistico, certamente tra i più rappresentativi dei Monti Simbruini, ripreso in alcune delle sue più sceniche e commoventi espressioni.