INVERNO NELLA FAGGETA

Inverno 2018 – Dopo le ultime annate fin troppo miti ed avare di precipitazioni finalmente quest’anno l’inverno sui versanti occidentali dell’Appennino è tornato a palesarsi nella maniera ad esso più consona. Le temperature in quota raramente hanno superato lo zero termico di parecchi gradi e le nevicate, iniziate a metà novembre, si sono susseguite nei mesi successivi con cadenza regolare sino alle porte della primavera, accompagnate dalle ultime prepotenti incursioni di freddo artico. Tutto ciò ha permesso agli elementi propri della stagione fredda di mantenere stabilmente il loro posto nel paesaggio di montagna, plasmandolo, a volte dolcemente altre furiosamente, sotto infinite sfumature di bianco.
Dopo vari anni di attesa, in questo contesto ho potuto finalmente dedicarmi con una discreta continuità a fotografare le faggete d’alta quota ed i vari aspetti paesaggistici che queste assumono durante il lungo e freddo inverno, nella mutabile bellezza che caratterizza questi luoghi con lo scorrere delle stagioni, forse tra i più interessanti in assoluto. Nonostante la vastità dei boschi a disposizione, ho voluto concentrare la mia attenzione solo su alcune specifiche aree, tutte comprese grossomodo sul limite altitudinale massimo della faggeta e particolarmente favorevoli al manifestarsi delle situazioni climatiche ideali per catturare il vero “mood” della stagione fredda. E’ stato un lungo viaggio in solitaria attraverso interminabili sequenze di fitti e slanciati tronchi, solo di tanto in tanto interrotte da piccole radure e creste ai margini delle quali sopravvivono alberi dalle forme contorte e bizzarre, plasmate negli anni dalla furia degli elementi. Una continua contrapposizione di forme e paesaggi, tutti però ospitati all’interno del medesimo ambiente, il quale dal di fuori potrebbe superficialmente apparire scontato e sempre uguale a se stesso ma che in realtà, se esplorato con attenzione fin nei suoi più reconditi meandri, si rivela estremamente eterogeneo ed interessante, pregno di scorci dalla superba bellezza. Un ambiente inoltre sorprendentemente vivo nonostante l’assordante silenzio nel quale giace, sepolto sotto la spessa coltre bianca; me lo hanno ribadito di volta in volta le tante tracce lasciate da lepri, volpi, cinghiali, cervi, caprioli e lupi che sovente hanno preceduto i miei passi nella neve fresca e che di volta in volta mi hanno rammentato la quotidiana lotta per la sopravvivenza di queste specie, costrette a convivere con i rigori di un habitat assoggettato alle prepotenti forze dell’inverno.
Stretta nella morsa del gelo, tra le incerte atmosfere offuscate dai vapori sollevati dal vento, sotto il peso degli accumuli di neve, la faggeta assume un aspetto magico, volubile ed effimero, a tratti quasi astratto e surreale. Coperto dall’abbacinante candore della neve ed avvolto dalle fitte nebbie il bosco si semplifica in maniera estrema, i pochi elementi che restano visibili appaiono stilizzati, quasi del tutto privi di colore e di una precisa collocazione nello spazio; tutto si riduce ad accenni sbiaditi di tronchi e rami in un grande vuoto bianco. Spesso il confine tra terra e cielo si annulla tra disorientanti turbini di foschia e tutto pare far parte di un grande sconfinato miraggio, altre volte il freddo ricama sugli scheletrici rami dei faggi merletti di ghiaccio e galaverna, trasformando ogni singolo albero in una raffinata ed effimera opera d’arte. Trovarsi ad osservare in solitudine queste foreste, nella loro disarmante estensione, mentre vengono imbiancate delicatamente da una pioggia di fiocchi di neve, ha suscitato in me emozioni uniche, difficilmente trascrivibili, narrabili forse solo attraverso la fotografia.
Per riuscire a rappresentare al meglio tutte queste atmosfere chiaramente ho dovuto rinunciare a fotografare in giornate di sole facendo invece del maltempo il più desiderato dei compagni d’avventura. Questa scelta mi ha portato a lavorare sovente in condizioni proibitive, ma comunque con risultati di grande soddisfazione; chi fotografa il paesaggio lo sa bene, la spettacolarità delle situazioni quasi sempre è direttamente proporzionale all’inclemenza degli elementi. Mi sono così ritrovato a vagare con le ciaspole ai piedi per km sulla neve fresca e cedevole sino alle ginocchia, avvolto nella disorientante nebbia, ho fotografato sferzato dal blizzard e nel gelo attanagliante dei giorni più freddi dell’anno; spesso sono tornato a casa completamente bagnato dopo aver passato ore sotto copiose nevicate, situazioni nelle quali nemmeno l’abbigliamento tecnico ha potuto reggere. A volte ho avuto le mani talmente intirizzite dal freddo da non riuscire nemmeno a premere il pulsante di scatto della macchina fotografica mentre in altre occasioni le basse temperature si sono accanite contro le mie attrezzature, bloccando le ghiere degli obiettivi e del treppiedi bagnati dall’umidità e dalla neve.
Ho voluto rappresentare ogni particolare situazione incontrata con inquadrature e tecniche fotografiche differenti, ovvero quelle che meglio di altre potessero catturare a pieno l’essenza di quei momenti sublimi secondo la mia visione. Ho trovato ad esempio nell’utilizzo delle doppie esposizioni in camera e del mosso creativo un efficace modo per ritrarre il grande senso di ignoto e di incertezza che spesse volte ho provato muovendomi tra i faggi confusi nella nebbia, oppure sovra-esposizioni volute hanno reso al meglio un’ambiente soggiogato dal bianco abbacinante della neve. Alla fine, con pazienza ed ostinazione, sono riuscito ad immortalare le immagini che da lungo tempo sognavo di realizzare, immagini che sussurrano l’essenza più pura ed autentica che l’inverno infonde su queste foreste, mostrandocele in alcune delle loro più sceniche e commoventi espressioni.